cronache marziane

a pezzi, tra un cielo ed un destino

Quello che pensate

Buongiorno mi chiamo Mike.

Beh, il nome è falso, ma il lavoro che faccio è vero. Io lavoro per un Tink Thanker. Cioè penso quello che voi penserete tra qualche anno. E’ per meglio programmare gli affari, per essere sicuri che l’economia regga. Insomma non è sufficiente pubblicizzare un prodotto per essere sicuri di venderlo. Meglio creare il bisogno, anzi il desiderio, il climax. Poi la vendita è un dettaglio, un completamento. una formalità.

Mi spiego meglio.

Io ho il compito di pensare, su richiesta di un committente, quello che voi dovrete pensare tra qualche anno e la strategia per far in modo che questo accada.

Non mi credete? Un esempio? Okkei prendiamo gli Hummer.

Si, quei bestioni che pesano qualche tonnellata e che voi avete desiderato, adorato, comperato.

Ma davvero credete che se non si fosse attuata una strategia se ne sarebbero venduti più di 5? Davvero pensate che l’idea di cosumare l’equivalente del reddito di un africano per andare a comperare le sigarette si stata una vostra idea, un vostro pensiero, una vostra ambizione?

Dai, siamo seri.

Certo è stato un lavoraccio. Abbiamo dovuto cercare un nemico vero, o almeno credibile. Abbiamo dovuto far eleggere almeno tre presidenti deli USA. Abbiamo dovuto far fare un paio di guerre, inventandoci anche la guerre asimmetrica, (quella è stata tutta roba mia, e ne sono molto fiero).

Tutto questo per far crescete il testoserone e alimentare il nazionalismo. Poi voi siete bravi, basta poco a farvi partire. Qualche migliaio di soldati morti, qualche migliaia di civili ammazzati, e vai con le vendite.

La cosa, tra l’altro ci ha permesso di avere quello che noi chiamiamo patterns, ovvero l’azione utilizzata per raggiungere un’obiettivo ne fa partire altri, collaterali. In questo caso la crisi dell’economia (poi sviluppata con i derivati in borsa, una vera perla del nostro gruppo) e molte altre iniziative che abbiamo passato a sottogruppi di clienti.

Tutta economia, tutto lavoro, tutto guadagno.

Come? cosa bolle ora in pentola? Mi spiace, non ve lo posso dire. Certo, non stiamo mica fermi, non penserete che questa crisi è un caso, vero? Ma cercate di capirmi, mica posso svelare troppo, in questo campo. Ma state tranquilli, qualcosa ci stiamo inventando. 

Per il vostro bene, naturalmente.

Marketing virale



Milano, fermata Cordusio, 8,15 del mattino. Una folla assurda intasava la carrozza del metrò, come se fosse un corpo unico, come se i passeggeri non fossero individui separati, ma parte di un unico serpente multicefalo.

Mario si faceva trasportare dalla folla, non riuscendo quasi neanche a raggiungere un appiglio, una maniglia per stare in piedi.

Il caso però quel mattino lo aiutò, facendolo finire dietro ad una splendida cascata di capelli neri, appiccicato ad un corpo flessuoso e profumato. All’inizio non se ne accorse, ma poi si rese conto che il suo bacino era praticamente incollato a due morbidissime chiappe.

Il pene iniziò ad ingrossarsi, man mano che gli scossoni del vagone gli fornivano occasione di sfregarsi su tanta abbondanza. “Mica male”, pensò soddisfatto, mentre cercava, inutilmente, di vedere il volto della sua “vittima”.  

Poi di colpo sentì un movimento di lei non in sintonia con le vibrazioni del treno. Ci stava! Senza dare nell’occhio raddoppiò gli sforzi, fermandosi alle fermate ed approfittandone subito, alla ripartenza. Oramai il suo membro era tostissimo, e spingeva deciso, rinchiuso nei pantaloni. D’improvviso una mano si intrufolò tra la sua virilità e quei deliziosi glutei, e con estrema maestria abbassò la zip dei calzoni impossessandosi del suo duro virgulto.

Non capì più nulla, un’intensa emozione lo prese, facendogli tremare le ginocchia. Bastarono un paio di colpi di polso ed esplose in un profondo orgasmo.

Schizzò violentemente, chiuso in quella mano, soffocato tra i vestiti. Mentre il metrò rallentava ed apriva le porte, cercò di riprendersi, di dire qualcosa alla sconosciuta.

In quel momento però le porte si aprirono e la sua “preda” schizzò fuori, lasciandogli un biglietto tra le mani. Lui chiuse velocemente l’impermeabile e apri il foglio curioso ed emozionato:

“Hai problemi di eiaculazione veloce?

Non ti preoccupare, ne soffrono un uomo su 5.

Il Dottor XXX ti aspetta con le sue infallibili cure”

laleggenoneugualepertutti:

ilnostrodestino:

il maggior azionista del gruppo Beretta Holding SpA dopo Ugo Gussalli Beretta, è lo IOR (L’Istituto per le Opere di Religione)
il SIGNORE SIA CON TE IN PACE E AMORE FIGLIOLI MIEI.. 

Che mezzi convincenti che usano per portare la pace e l’amore

laleggenoneugualepertutti:

ilnostrodestino:

il maggior azionista del gruppo Beretta Holding SpA dopo Ugo Gussalli Beretta, è lo IOR (L’Istituto per le Opere di Religione)

il SIGNORE SIA CON TE IN PACE E AMORE FIGLIOLI MIEI.. 

Che mezzi convincenti che usano per portare la pace e l’amore

Cosa posso fare per lei?

Voices

E‘ qui dove cercano personale?” Oramai aveva ripetuto questa frase decine, forse centinaia di volte. L’addetto dall’altra parte della guardiola non aveva neanche alzato gli occhi, mentre apriva il cancello.

Vada diritto, sul fondo del cortile a sinistra, chieda li” Almeno non era stato scortese. L’azienda dal di fuori sembrava quasi deserta, con solo alcuni camion sul piazzale. Ma cosa facevano lì? Cercava di ricordarselo, anche per evitare brutte figure, durante i colloqui. Perché lo sapeva che avrebbe fatto un colloquio.

Con un giovane, solerte indagatore, che avrebbe fatto le stesse domande di ieri, con lo stesso tono da ultima chance, annuendo o meno, a seconda di principi inconosciuti e incomprensibili.

Lui avrebbe dato le riposte, cercando di appassionarsi ai temi proposti, cercando di sfondare quel muro di gomma che lo avvolgeva da mesi. Il problema era chiaro, semplice. Aveva quarantasette anni. Un fottuto, svalutato, insolente quarantasettenne. No, non era insolente per qualche particolarità caratteriale.

Era insolente in quanto aveva un’età inadeguata, fuorimercato. Vedeva, negli occhi dei selezionatori, passare un lampo quando scandiva giorno, mese, anno di nascita. Un flop evidente, un’implosione di speranze, un buco nero di futuro.

Erano due anni che era rimasto disoccupato, di colpo, un giorno come tanti. Qualcosa era nell’aria, ma quel mattino si era recato come sempre in azienda, l’avevano trovata chiusa. Così, senza preavviso. Il Principale era scappato , chiudendo il portone con un lucchetto e lasciando 13 operai fuori da quel muro, in mezzo ad una strada, letteralmente.

Avevano provato di tutto, ma il fallimento era inevitabile, e forse tra qualche anno avrebbe potuto avere una parte della liquidazione. Ma il lavoro, quello no. Quello era svanito.

Eppoi era saltato il mutuo, le bollette, la moglie. A pensarci gli sembrava uno di quei colpi da biliardo, dove la palla abbatte i birilli uno dopo l’altro, piano, dolcemente, inesorabilmente. Un filotto, un orrendo filotto. Ora vedeva la figlia ogni tre settimane, in rapidi e struggenti pomeriggi.

Ma era arrivato il suo turno, ed un ragazzino brufoloso gli stava dicendo

Prego si accomodi, cosa posso fare per lei?

Ci vollero tre uomini per staccagli le mani da quel collo, nonostante le tre iniezioni di tavor intramuscolo.

Il ghigno no, non andò via così facilmente.

Nella vita ci vuole un metodo.

Non c’è niente di peggio per uno scrittore che perdere l’ispirazione. Trovarsi di fronte alla tastiera del pc, o ad una pagina bianca, maledettamente bianca, è orribile.

I pensieri che magari fino a pochi momenti prima erano chiari in testa e sembravano dover trovare solo il tempo per sprigionarsi dai polpastrelli, di colpo spariscono, si confondono, diventano banalità orrende, improponibili.

Il caos si affaccia nella mente, come un vortice inespugnabile.  Oppure il deserto, il vuoto più totale. E i giorni passano, uno dopo l’altro, inesorabili. Più ci provi e più sei bloccato, inerte, come inaridito.

Ma io una soluzione l’ho trovata. L’idea è stata semplice in fondo. Quando vuoi che qualcosa cresca devi nutrirla. Se vuoi che il tuo geranio faccia fiori devi dargili acqua e concime, regolarmente.

E io l’ho fatto. E’ il terzo cervello che consumo, e già sento le idee tornare, maturare, emergere.

Come dite? Da dove ho preso i cervelli? Beh, questo in effetti  è stato un poco complicato, anche perchè evidentemente il cervello degli animali non andava bene. Pensieri troppo elementari, non utili a fornire storie e situazioni da scrivere. Meglio usare cervelli freschi di persone complesse, magari criminali. Meglio giovani balordi o qualche puttana, magari arrivata come schiava dall’est.

Mentre li mangio è come se mi raccontassero le loro storie, le loro debolezze, i loro desideri. Ho gia quasi finito un romanzo, con i primi due.

Manca poco, e il mio editore è contento, anche se dice che il mio stile è un poco cambiato. Ad essere sinceri, forse ha ragione. I due che mi hanno fornito le idee erano due trans. Devo stare più attento.

a me la natura mi emoziona, sempre!

a me la natura mi emoziona, sempre!

Micio (a jazz story)

Anche quella mattina si erano fatte le quattro. Posò il sax sul divano, cercando di non fare rumore, per non svegliarla. Lei  dormiva sepolta sotto il piumone. Andò sul balcone e se ne accese una.

Le mani gli tremavano leggermente, e l’alcool stava decantando piano, appesantendogli le palpebre.

L’insegna in fondo alla strada sfrigolava mentre ripeteva il suo urlo luminoso “open-open-open…”.

Aveva in tasca i soldi della serata, il contratto era finito. Sarebbero dovuti ripartire, domani. Un altro locale, un’altro boss, un’altra città. Forse.

Lei gli aveva detto che era stanca, che voleva fermarsi, che aveva trovato un lavoretto. Beh, la verità era che non andava più tra loro, troppi silenzi e pocha passione, da quanto era che non facevano all’amore?

L’umido della notte gli bagnava la schiena, in strada era passata un’auto  e un gatto lo fissava dal tetto di fronte, sornione e ipnotico. Gli occhi brillavano nel buio e lui sentiva che lo fissavano, impietosi.

Quello sguardo lo stava analizzando, stava ripercorrendo la sua vita, scoprendo, giudicando il suo passato. E di colpo si rivide, con le gioie e i dolori.

Come quando era stato scelto per suonare con Dizzy, un secolo fa, o come quando gli avevano tolto la figlia, dopo  l’ennesimo arresto per droga.

Tutto quel peso gli arrivò addosso, schiacciandolo sulla sedia.

Prese allora il suo Sax e suonò, come  la nebbia che ricopriva il tutto, come per un’ultima, fatale audizione. Suonò per il gatto, per chiedergli se ne era valsa la pena, se la sua arte valeva una vita distrutta.

Il gatto drizzò le orecchie e inizio a fare le fusa, sornione, contento.

Di nuovo sereno, ripose il suo Sax e la svegliò, la svegliò per lasciarla.

In fondo ne valeva la pena, ooooooooooyeahhhh!